REASONS TO BE PRETTY

 

Con Reasons to be Pretty, il commediografo americano Neil LaBute completa la sua trilogia - cominciata con The Shape of Things e proseguita con Fat Pig - sull’ossessione contemporanea della bellezza, dell’apparire. Lo fa con estrema lucidità, cattiveria, cinismo. Denunciando come siamo diventati, ormai, talmente fragili e insicuri da rendere un semplice commento sull’aspetto fisico sufficiente per scatenare un’implacabile reazione a catena che travolgerà i quattro protagonisti, portandoli a una rottura senza rimedio; quasi una versione aggiornata de Il danno, il film di Louis Malle del 1992 tratto dall’omonimo romanzo di Josephine Hart.
In scena ci sono due giovani coppie composte da persone molto semplici, normali, una rarità anche per la drammaturgia contemporanea: gli uomini lavorano come magazzinieri, le donne, invece, sono rispettivamente una parrucchiera e una guardia giurata. I dialoghi sono serratissimi, con “accavallamenti” e sovrapposizioni voluti dall’autore. Il linguaggio è iperrealistico, diretto, rabbioso e quindi, spesso, giustamente piuttosto colorito.
Dopo i positivi riscontri ottenuti da Suicide Veejay Show, lo spettacolo realizzato dagli AdLP nel 2010, ci è sembrato giusto concentrare nuovamente i nostri sforzi su un testo recente, poco conosciuto, che portasse in scena personaggi che fossero nostri coetanei e avessero dei tratti che ci rassomigliano. È stato un lavoro impegnativo, che abbiamo voluto affrontare in maniera più simile un laboratorio che non a una regia tradizionale, cercando, prima di tutto di impadronirci di un testo che, apparentemente semplice, è in realtà estremamente complesso da interpretare.
Siamo anche intervenuti sulla traduzione, per renderla il più scorrevole e comprensibile possibile, ma anche per adattare il linguaggio, sempre rispettando le volontà dell’autore, al nostro personale e specifico modo di esprimerci. Strada facendo ci siamo infatti accorti che, per far funzionare lo spettacolo, bisognava “vivere” i personaggi e non semplicemente interpretarli, recitarli. Non vi erano alternative.
L’impianto scenico è volutamente semplicissimo, scarno, ossessivamente ripetitivo e ripetuto, così come la colonna sonora: un unico tema che si ripropone variato solo nell’arrangiamento.

Compagnia AdLP