SUICIDE VEEJAY SHOW

 

Per una complessa serie di ragioni che qui non è possibile indagare, è almeno a partire dai primi anni Novanta che, in Italia, può fregiarsi del titolo di “giovane” anche chi abbia abbondantemente passato la trentina. Un italiano di trentacinque anni è, oggi, a tutti gli effetti un giovane, e così viene percepito dalla totalità dei suoi connazionali. È un giovane perché il suo aspetto fisico come tale lo connota; e il suo aspetto fisico è giovanile anche in quanto egli pensa sé stesso come un individuo giovane. Naturalmente non è tutto oro quel che luccica. L’apparente privilegio di avere potuto dilatare a dismisura la stagione della giovinezza nasconde pesanti scotti da pagare. Per esempio quello di potersi dare solo tardi, molto tardi (forse mai), una fisionomia definita, vuoi a livello psicologico vuoi a livello sociale.
Questo stato di cose ha costituito il punto di partenza per scrivere Suicide Veejay Show, uno spettacolo con cui abbiamo voluto raccontare un mondo e una realtà che conosciamo molto da vicino e di cui possiamo quindi parlare con perfetta cognizione di causa. Per fare ciò si è scelto di concentrare l’attenzione su cinque personaggi, ciascuno dei quali si rivela essere un tassello emblematico di quel variegato e complesso mosaico che è la gioventù italiana odierna. Cinque personaggi “giovani” che, non senza difficoltà d’ogni genere, condividono lo stesso appartamento e che appaiono accomunati, pur essendo l'uno assai diverso dall'altro, da un medesimo scontento nei confronti dell'esistenza. Tutti e cinque, soprattutto, patiscono il disagio e l’insoddisfazione, rispetto ai quali sembrano impotenti, che procura loro l'essere immersi in una situazione “sospesa” e circolare (mancante, cioè, di vie d'uscita). Il vivere, insomma, in una sorta di opprimente limbo.
Questi cinque antieroi della nostra contemporaneità si chiamano Stefano, un veejay fallito che gioca con la sua depressione mimando, seduto su un water, una roulette russa eseguita con una pistola scarica; Danilo, un ragazzo colto e dai modi ostentatamente raffinati che ha trovato nell'estetica dark un mezzo attraverso cui sublimare il pessimismo e il nichilismo che lo caratterizzano; Melania, la più giovane del gruppo, una ragazza dall'animo candido e facile a incontenibili entusiasmi – solitamente assai effimeri – che evidenziano una sostanziale mancanza di punti di riferimento; Mario, un trentenne di belle speranze, buona famiglia e ottimi studi che non riesce ad accettare l’idea di essere finito a fare il commesso in un ipermecato di periferia; infine Lucia, che cela sotto una pignoleria maniacale e una certa qual freddezza di sentimenti una profonda insicurezza.
Ciò detto, occorre precisare che Suicide Veejay Show è una commedia. Una commedia in cui ogni situazione, anche quelle che di primo acchito possono apparire venate di malinconia o di angoscia, rivela un’essenza comica che si esprime attraverso dialoghi di secco e tagliente cinismo. Ma dietro un velo di spensieratezza e di incoscienza si cela spesso il dramma. E il limbo può rivelarsi il peggiore degli inferni.

Giuseppe Pollicelli ed Emiliano Rubbi